Binario 20bis

C’è un che di eterno nelle albe in stazione.
È come se ti dicessero: “Va tutto bene. Il sole sorgerà anche domani, e ci saranno nuovi treni da prendere, nuove mete da raggiungere, le stesse persone da aspettare”.
Ma io sto andando a raccogliere i cocci di uno specchio in frantumi, cifra perfetta del simbolismo di questo mio ultimo viaggio qui.
Ci siamo lasciati”.
Mi hai detto al telefono.
E io pensavo a quante cose può voler dire quest’affermazione.
E adesso?
Ho chiesto io.
Adesso sono a Catania”.
Torni?
Non lo so”.
Anche io venivo per lasciare qualcosa. E qualcuno.
E quante cose può voler dire quest’affermazione?
Detesto gli addii, preferisco comportarmi fino all’ultimo come se fosse tutto normale, come se non dovesse cambiare niente, come se ci fosse un’alba a rassicurarmi: “Ci sarà un altro giorno, domani. E un altro ancora. E ancora”.
E i giorni verranno. Non mentono le albe.
Ma non verranno qui.
E non saranno con te.
Ci sarà un altrove.
Ci saranno dei qualcuno.
Ci sarai anche tu.
Ma non più qui.
Abbiamo marcato la linea del prima e del dopo.
Più profonda di quella che già credevamo d’aver tracciato.
E presto o tardi ci abitueremo così tanto al dopo, che non ci ricorderemo più del prima.
Che poi è il nostro adesso.
Resterà un periodo mitico, da rievocare nei nostri altrove, davanti a una birra, con facce diverse.
Questi piccoli scossoni tumultuosi hanno spezzato i ponti.
Te ne andrai, me ne andrò.
“Torni?”
Non lo so.

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